venerdì 6 aprile 2018

Retrospettiva (per qualcuno, ma non per tutti)

Un giorno cresceremo tutte, Meg.
Tanto vale sapere quello che vogliamo.
-Piccole donne, 1994-


Ripensi a quello che è stato.
Ripensi alle motivazioni per le quali hai cominciato a scrivere e a quelle per le quali dovresti continuare a farlo.
Torni indietro.
"Com'è nata?" ti chiedono.
Racconti una favola che è vera solo a metà, che è frutto di sfrondature e abbellimenti degni già da soli di un romanzo.
E ricordi.
Cose che non riusciresti mai a dire -per questo ti sei affidata alla scrittura: perché non avevi voce, solo parole-.
La lotta degli Elementi. Aria. Acqua. Terra. Fuoco. Una sorta di fan fiction euclidea difficile da spiegare. La sorella, il cugino, quell'altro e quell'altro ancora. Volti che si affacciano. Volti mai conosciuti davvero.
Un corridoio. Le giungle ai lati, sulle pareti, che già a quel tempo sembravano la presa in giro di un maldestro Gauguin in vena di scherzi beceri. Passi di anfibi e un sorriso, due occhi dai quali è germogliata un'intera foresta di silenzi.
Blocchi di cemento pieni di scritte. Il fumo di una sigaretta che passa e non guarda e se ne va. Il sogno di chi amavi, in qualche modo, in qualche tempo.
Un regalo di Natale, promesso ed esaudito -anche quello: in qualche modo-.
E ancora: gli Elementi in lotta. Il Quinto, che non esiste eppure è stato l'unico vero e solo, che distrugge tutto il resto. Partenze e ritorni, allontanamenti forzati come una fuga in piena notte, il rombo di una moto e un sogno a occhi aperti diviso in due (femminile, plurale).
Un edificio blu trasformato in una reggia di oro e di grano. Un viaggio che è la crescita che avresti voluto, mischiato e trasformato in una selva poco dantesca, dove le fiere non sono tre ma qualunque cosa o persona tu possa incontrare. Un castello di sabbia e menzogne, un paese in montagna e lunghe lettere scritte e da scrivere. Un Grignani in sottofondo, mentre mandi a memoria paradigmi che domani già avrai dimenticato, mentre traduci Gallia est omnis divisa in partes tres. Nato da un niente che in quel momento era tutto.
E ancora:
un senhal nascosto in ogni nome, l'ombra del castello di Stenico che si allunga e raggiunge una particolare casa -e la sua grondaia. Soprattutto la sua grondaia-; la rocca di Albornoz e un affresco di fanciulla e fiume e fiore;  quella locanda in Francia, coi rami dell'albero che arrivano a bussare ai vetri; una telefonata a tarda sera e il racconto di una rissa. Il senso di colpa che non ti abbandona, che a volte sbiadisce ma poi torna fuori con prepotenza e non si limita a sussurrare. Urla, perché non conosce altra strada, altro modo per farsi ascoltare.
Musica, ancora. Back off bitch e Solo di Baglioni. Davvero: lascia che sia tutto così. Non tutto ciò che è sepolto deve essere riportato alla luce. siamo solo noi sia solo una canzone, lascia che Stupendo abbia solo belle parole. Fermati alla superficie, non procedere oltre. Ci sono i gorghi, più in là. Ti avviluppano il piede, non è mai una bella cosa.
Lascia che
La strada non si biforca in due, ma in nessuna e al contempo in centomila. Aveva ragione quel tale. Persone come strade, persone come scelte, decisioni imposte e una rinuncia che ti ha spaccato in due.
All'inizio di tutto c'è un uomo.
No.
All'inizio di tutto c'è una famiglia.
E c'è una famiglia anche alla fine.
Perché, in fondo, è ciò a cui hai sempre teso.
La storia inizia e si chiude con lei (che è il porto sicuro dal quale dovresti fuggire a gambe levate, se solo fossi un pochino più furba): come le stelle tripartite di Dante, come quella Gallia che è divisa in partes tres, come un nome che è anagramma e che si ripete all'infinito in altrettante infinite combinazioni, le commutazioni di sillabe, il caleidoscopio di emozioni schiacciate sotto il tacco, un ciuffo d'erba strappato dal vento, la terra sulle mani, l'acqua che lava, il fuoco che brucia.
Perché siamo fatti per bruciare.
Come carta nel camino.

*** SIPARIO ***


 

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