domenica 26 novembre 2017

Una passeggiata insieme, da Temarin all'Idrethia (e ritorno)


 
 

Venite. Coraggio. Siate i benvenuti nel mio mondo. Entrate. Siete coperti? Avete scarpe comode ai piedi? Sapete chi siete? Potreste perdervi. Potreste sentire il bisogno di chiedere informazioni o aiuto. Sarete in grado di farlo?

 

Mas no s’eschai                       qu’ilh am tan paubremen

pero be sai                   c’assatz fora avinen

que ges amors segon ricor no vai



 
Bernart de Ventadorn (1130-1140 / 1190-1200)
Bel m’es q’eu chan en aquel mes, vv.33-35
(trad.: “Ma non può accadere che lei ami così in basso,
anche se sarebbe molto bello, lo so bene,
perché amore e potere non vanno di concerto!”)


Succede che la mente si fermi e che si focalizzi su un ricordo. Qualcosa che sa di vecchia carta di stracci, di giullari in piazza e di trovatori che fanno il giro delle corti esaltando la Midons di turno solo per mettere le gambe sotto il tavolo e qualcosa tra i denti.
Succede che quello stesso mondo di trovatori e giullari mistifichi se stesso attraverso le proprie parole, che mostri un universo che in realtà non esiste.
E tu lo accetti, perché la finzione narrativa è un patto che lo scrittore (l'inventore della fiaba, lo strillo che la riporta cambiando il finale) stringe con il lettore (o uditore che sia).
Una finzione legalizzata, se così si può dire.
La donna medioevale, allora, è bella e bionda e delicata e altera e concede a stento i propri favori. Intorno a lei, fioriscono le margherite e i gigli, tutti la venerano e le rendono omaggio, quando passa, sotto i suoi piedi sboccia la primavera e le farfalle delicate svolazzano.
Balle.
Sempre per il fatto che abbiamo letto troppi libri e visto troppi film, sappiamo quanto l'epoca medioevale, perfino quella pseudofantastica della Rya Series, sia differente.
Perché continuare a giocare allo specchio-nello-specchio, dunque?
Perché non dire le cose come stanno?
La realtà è immensamente più sfaccettata delle menzogne. Essa stessa è il volo pindarico che mai avresti creduto, la follia e l'orrore, la meraviglia e il vaso di Pandora non solo aperto ma andato in frantumi.
Pane al pane, vino al vino.
Realtà per Realtà.
Fango per Fango.


La discesa (la caduta) inizia proprio in Sacrifice.
La storia perde qualunque connotazione fiabesca che, magari un po' a fatica, poteva essere individuata in Fracture, quel primo volume che in effetti è il grande prologo all'intera vicenda.
In Fracture avevamo il topos del viaggio: la principessa che lascia la reggia, si addentra nella selva oscura (toh...) e incontra colui che sarà la sua guida (Nemi che parla con accento mantovano, però, non ce lo vedo). Tutto molto classico.




Sacrifice spezza gli equilibri.
Il tema dell'alcolismo, così come quello della prostituzione e dell'anoressia, danno uno spintone alla lieve fiaba di prima, accaparrandosi un posto al centro della scena.
Questo è quello che ho sempre chiamato "fango". La discesa di Rya, il suo ruzzolare dalle stelle alle stalle e poi ancora più giù, nell'abiezione.
Per uno scopo, però.
Per uno scopo che non sia se stessa. Per la prima volta.
In Sacrifice, Rya cresce e muta. Il suo carattere si plasma, il cuore si indurisce. Si scontra veramente con la realtà -con il peggio della realtà-.
Quando ogni tua certezza crolla, quando ciò in cui credevi ti si palesa come vano e sciocco e privo di spessore, quando i tuoi punti saldi crollano, uno dopo l'altro, puoi solo decidere di arrenderti.
O di lottare.
Arrendersi è facile. Segui il flusso, lasci che tutto scorra e che tu scorra via con esso.
Lottare è più difficile: è sangue e ferita, è lividi sulla pelle e cuore serrato in una morsa.
La perdita dei Sogni.
Lottare ha in sé la speranza di uscirne fuori (non "vittoriosi", ma per lo meno "in qualche modo").
Indenni?
Non scherziamo!
Non c'è battaglia dalla quale si esca indenni.






La purga dura da sempre, senza un perché.
Dicono che chi abiura e sottoscrive

può salvarsi da questo sterminio d'oche.
 

Eugenio Montale, Il sogno del prigioniero,
La bufera e altro (1954)


Deception poteva essere il romanzo nel quale tirare il fiato, riposare.
Rya ormai ha riabbracciato la famiglia. Ha perso Nemi, sì, però almeno è tornata a corte (più o meno).
Invece, no.
La storia ha seguito tutt'altra piega.

("Ma Rya deve soffrire ancora?!"
Gente, è la vita. Avete mai visto un'esistenza tranquilla, colma di bene, pace e amore, senza problemi, gravida di concordia? Forse, in un universo alternativo da LSD.
Inoltre: Gente, è una saga!!
E qui mi azzittisco.)

Accarezzavo il tema spinoso della violenza sulle donne già dai tempi di Fracture, quando ho colorato il personaggio di Isan di ombre appena accennate, uno squarcio sul suo passato, una scena che lo vedeva protagonista, insieme a Sania, di un episodio che la mente ha ormai rarefatto...
Ma che in Deception, finalmente, può tornare e mostrarsi realmente per quello che è stato.


****
Un calcio nel fianco sinistro. All’inizio, non sentii nemmeno male. Fu solo incredulità. Poi, il dolore arrivò. Tutto in una volta. Un altro conato mi riempì la bocca di acido. Tentai ancora di rialzarmi. E un secondo calcio mi colpì la coscia.
Era mio marito, che torreggiava su di me.
Era mio marito, il che era brutto.
Era l’uomo che mi aveva amato, il che era anche peggio.
Lui mi ama, pensai irrazionalmente.
Poi, non ci fu più nulla.
[cit. DECEPTION]
****


Non si tratta di un romanzo totalmente incentrato sulla violenza domestica, ma di certo essa ne è uno dei temi principali.
Ho provato a indagare questo orribile fenomeno.
Non 'capirlo'.
La violenza non può essere capita.
Non 'giustificarlo'.
La violenza non piò e non deve mai, in nessun caso, essere giustificata.
Semplicemente, indagarlo.
Dalla parte di una vittima che solo vittima non è. Dalla parte di una persona che ondeggia, che barcolla, che è a cavallo tra la colpa, l'abiezione e la purezza.
Le medaglie hanno sempre due facce.
Non è detto che una sia migliore dell'altra.


E adesso, Awaken.


La fine di tutto.
La fine che è un ritorno (perché la storia ciclica è una delle mie manie).
Non vi dico ancora niente. Non voglio e non posso.
Lascio che siano gli occhi di Rya a parlare. I suoi sensi. Le sue emozioni.


****
Il fiume.
Era cominciato tutto lì, cinque anni prima.
Cinque anni, da quando la mia vita si era spezzata a metà e io avevo intrapreso una strada senza possibilità di ritorno.
Mi resi conto che, anche qualora avessi avuto il dono, come in un sogno, di poter tornare indietro e ricominciare, avrei attraversato comunque quelle acque, scegliendo Nemi e tutto ciò che quell'incontro aveva significato. Ancora una volta e per sempre.
****


Il che, di per sé, non svela molto.
E non deve farlo -non ancora-.
Awaken, comunque, è il mio saluto.
Dalla prima all'ultima parola.
Dalla primissima pagina di dedica all'ultima riga della nota finale.
Perché le Parole hanno un peso.
Non sono lettere che appiccichiamo su un foglio, non sono congiuntivi che operano tripli carpiati.
O almeno, non sono solo quello.
Sono fisiche.
Le parole sono fisiche.
In quanto tali, possiedono una massa e un peso.
Consistente, il più delle volte.
Quindi: il sunto di tutto è lì, in quelle ultimissime pagine.
Dopo le quali, forse, ci rivedremo...



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