martedì 31 maggio 2016

Ossessione - Stephen King

Poi leggi certi libri e capisci perché sono stati tolti dal commercio.
E' stato un po' come affacciarsi sullo squarcio della generazione perduta (americana, ma non solo), su ciò che avrebbe potuto essere... e, diamine, è stato davvero!
Quando King -pardon, Richard Bachman, ma tanto ormai si sa che è solo un gioco di specchi- scrive Ossessione, siamo nel 1966. It, Salem's Lot, La Torre Nera non sono ancora neppure all'orizzonte. Il tempo è quello prima di Carrie, tanto per capirci. E io mi figuro un ragazzino con gli occhiali che già ha il muro della cameretta costellato da rifiuti di case editrici.
Ha un'idea, mutuata dal quotidiano, dalla rabbia repressa che nutrono i bravi ragazzoni americani, o magari da una notizia al telegiornale; va nella cameretta dei rifiuti, prende carta e penna e scrive la storia di Charlie. La pubblicherà solo dieci anni dopo. Sotto pseudonimo.
Oggi poi leggiamo quelle pagine come se fossero una semplice favola nera -è King, è il re del brivido, cosa ti aspetti? Fiorellini e cuoricini??- e non ne siamo particolarmente impressionati.
Perché abbiamo sentito tutti del ragazzo che impazzisce, si barrica in aula con una pistola e fa una strage.
Perché quelle cose sono già successe.
Perché siamo abituati all'orrore. Non quello delle pagine stampate, ma quello reale.
Peccato che altri, prima di noi, abbiamo letto quel libro.
E, dell'orrore descritto, abbiano pensato: "Mhh, però, che bella idea". E poi: "Mhh, quasi quasi la metto in pratica." In almeno due occasioni. In due anni distinti. In due Stati diversi.
L'idea, che era solo un incubo di parole, una storia un po' macabra di Bachman, era germogliata. Aveva dato i suoi frutti.
Così, anche per volere dello stesso King, che da allora prenderà sempre le distanze da Ossessione, il titolo era stato ritirato dal commercio.
La trama è lineare: ragazzo impazzisce, va a scuola con la pistola del padre, fa secchi due insegnanti e tiene i compagni di classe in ostaggio fino al suono dell'ultima campanella.
Da farsela sotto, no?
No.
La cosa agghiacciante non è Charlie e tutto quello che gli si agita nella testa.
L'inferno non è lui.
L'inferno sono gli altri -vecchio Sartre, tu sì che la sapevi lunga!-.
Charlie siede in classe. Ha una mira precisa, un obiettivo -Ted, il belloccio-nella-media della scuola- e non fa nulla di eclatante. Parla.
Agghiacciante è la reazione dei compagni, che assistono alla dipartita delle rotelle di Charlie come a uno spettacolo da vedere in TV. Chi fa aeroplanini di carte, chi si fuma una sigaretta, chi chiede addirittura se, nel frattempo, si possa fare i compiti. Come se ci fosse autogestione o assemblea, capite?
Lentamente, poi, i guizzi di paura -per lo meno: di stupore. Insomma, lì distesa accanto alla cattedra c'è pur sempre Miss Underwood, l'insegnante di algebra, colpita alla testa- lasciano spazio a ben altro.
I ragazzi sono liberi. Di tirar fuori ciò che pensano, ricordi repressi, storielle di sesso più o meno riuscito, vecchi rancori personali. E il clima si addensa.
Ted, il buon Ted, il cavaliere dalla lucente armatura, l'unico che non si sia lasciato infinocchiare, l'unica vox clamantis in deserto che vede Charlie per quello che è -un pazzo con la pistola capace di fare una strage- perde parecchio della sua aura di perfetto studente.
Tutti hanno un segretuccio, tenuto nascosto fino a quel momento. Ed ecco che i segretucci risalgono verso il pelo dell'acqua, scoppiano come bolle, una accanto all'altra, generando un effetto a catena che porta Charlie, il folle Charlie, a essere quasi eletto capoclasse per un bizzarro rovesciamento dei ruoli. Non c'è niente di sbagliato, in lui -questo è quello che traspare dal pensiero collettivo inespresso-, si è solo lasciato un po' andare ed era ora che qualcuno lo facesse.
Diventa un tutti contro tutti e poi un tutti contro Ted.
E quando Charlie dà ordine che le tende dei finestroni dell'aula vengano abbassate (quelli fuori, polizia, pompieri, preside, lasciamoli là sul prato: fuori dal siparietto, vediamocela tra di noi), la tensione cresce. Sale. E scoppia come le bolle dei segretucci di prima.
Ma scoppia in modo devastante.
Prendete i bambini ormai allo sbando de Il signore delle mosche, mettete loro qualche anno in più sulle spalle, un maggiore disinteresse nei confronti della vita e delle relazioni umane, chiudeteli in un'aula di scuola e tirate le tende. Poi, state a vedere quello che succede.
Dico: capisco perché il libro sia stato ritirato dal commercio.
Non tanto per il gesto di Charlie, che ha germogliato manie di emulazione in  menti suscettibili già di per sé.
Per la collettività. Per lo spaccato adolescenziale che mostra. Per il rovesciamento dei ruoli. Per la millenaria storia che si ripete, che quando chiedi alla folla se vuole Gesù o Barabba, secolo dopo secolo, quella urlerà sempre e comunque: Barabba.
Per quelle tende tirate.
Per il messaggio non scritto:
Adesso, ci siamo solo voi ed io.
Anzi, adesso io me ne resto qui tranquillo; ci siete voi e l'agnello sacrificale intoccabile fino a tre ore fa.
Fate di lui ciò che volete. Sfogatevi. Lasciate fluire la rabbia. Tanto, non ci vede nessuno. Tanto, resta tra noi. Al massimo, sarà a me che daranno la colpa, voi siete solo vittime, ostaggi, figli di reazioni paradosse dovute allo choc.
Non ci sono mostri dentro i tombini.
Non ci sono fantasmi che ritornano. Non ci sono alberghi che prendono il sopravvento. Non ci sono cadaveri che ti portano a fare un giro in macchina, tra le pagine di Ossessione.
C'è quello che potrebbe accadere ovunque. C'è vita, malata finchè vuoi, ma pur sempre vita. Orrore quotidiano.
Qui sta l'orrore.







1 commento:

  1. Bella recensione! Un trattato di sociologia in fondo...

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