giovedì 2 aprile 2015

Noi siamo la nostra memoria

Sto leggendo un libro che parla della memoria. Di ricordi sbagliati come carta velina accartocciata. Di una vita costruita giorno per giorno, ogni volta da capo, senza sapere a cosa credere, senza appigli ai quali aggrapparsi, con una totale perdita di fiducia nelle cose e nelle persone che appartengono (ma appartengono poi davvero?) al nostro quotidiano.


Un libro che sa riempire d'angoscia il lettore, un libro che spalanca voragini di domande.
Chi siamo, veramente?
Siamo le persone sorridenti ritratte nelle fotografie?

La nostra vita è tutta lì, in quegli scatti che ci ritraggono felici?
Dove si annidano i drammi, quelli che teniamo nascosti al mondo? Quelli (ancor peggiori) che il mondo o, per lo meno, chi asserisce di amarci ci tiene nascosti, spesso per un'ottima ragione?
Non ho ancora terminato la lettura, ma già le domande si moltiplicano. Credo sia questo che un buon libro dovrebbe fare: portarti a pensare. A riflettere.
In questo caso: a riflettere su ciò che hai e su ciò che perderesti, se un giorno ti svegliassi senza sapere più nulla di te.
Momenti importanti. Profumi che richiamano qualcosa. Immagini che ti aspettano appena sotto la superficie della tua coscienza.
Io che disegno, inginocchiata a un tavolino di vimini, davanti a mio nonno: cerchi concentrici e capelli stilizzati, corpicini esili come giunchi e... voilà, dei bambini che fanno girotondo, tracciati col pennarello rosso. Io, piccola, che salgo in piedi su una sedia, in un ristorante sul Garda pieno di turisti tedeschi, e -chissà perché??- mi metto a cantare a squarciagola l'inno d'Italia. Mio padre che, dal Brasile, mi chiama per raccontarmi una breve favola della buonanotte. L'odore dell'aglio selvatico al parco di Monza. La professoressa del ginnasio che mi riconsegna il primo tema (voto: 4-). La stessa professoressa, una decina di anni dopo, che mi propone di tenere corsi di scrittura creativa in quello stesso liceo. Il primo ragazzo di cui mi sono innamorata. Un bambolotto di pezza cucito da mia madre, con ricamata dietro una scritta: "Barbara - 6 mesi". La prima volta che ho incrociato lo sguardo di colui che sarebbe diventato mio marito. Il delfino che è venuto a darmi un colpo di muso giocoso (un bacino?) sulla spalla. Il tramonto sull'Avana. Orvieto e le sue catacombe. Io, ferma davanti alla tomba di Dante, che la guardo dubbiosa. Un'altalena che sale fino a toccare il cielo. Una gattina spaurita, di nemmeno un mese, scoperta tremante sotto un cespuglio nei pressi di uno stradone.
E ancora: odore di caffè finto e disinfettante. Corridoi lunghi come una promessa infranta. Gli istanti in cui ho avuto paura di non farcela e morire. Le mani tese che non ho stretto. Le mani che ho teso io. Un determinato muro di una determinata casa nei pressi del castello di Stenico. La Bambina che dice "mamma" per la prima volta. L'odio nei confronti della Nutella e dei massaggi. I sorrisi gratuiti che ho ricevuto e quelli che ho donato.
La tour Eiffel sferzata dal vento e i pelucchi della sciarpa che mi si infilano in bocca. I giardini di Versailles. Il camminare lento per gustarmi ogni particolare della tapisserie de Bayeux. La prima volta che ho letto il mio nome sul giornale. La prima volta davanti a una telecamera. L'odore delle quinte del teatro (polvere e vecchiume stipato). Le unghie che si spezzano. I vividi sogni e gli incubi che mi svegliano di notte.
Cosa sarei, senza memoria?


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Non ti addormentare
S.J. Watson
(Piemme)

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